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Per partecipare ad uno degli appuntamenti inviare un'email all'indirizzo booking@passeggiate-romane.it

VISITA GUIDATA ALLO STADIO DI DOMIZIANO - SABATO 9 APRILE ORE 13:45

I resti dello Stadio di Domiziano, oggi i Sotterranei di Piazza Navona, e una delle sette meraviglie della Roma Imperiale (patrimonio Unesco) si trovano sotto la piazza a circa 4,50 metri dal piano stradale tuttora visitabili in due aree distinte: emiciclo centrale ed orientale.

Nella storia di Roma antica quello di Domiziano è il primo e unico esempio di Stadio in muratura costruito nel Campo Marzio per celebrare il Certamen Capitolino Iovi, gara istituita ad imitazione dei giochi olimpici greci. Un tempo qui risuonavano le grida degli spettatori di fronte alle imprese degli atleti.

La visita includerà anche l'area recentemente aperta al pubblico, relativa alla zona orientale dell'emiciclo dello Stadio, al di sotto degli ambienti dell'Ecole Française de Rome.



Il costo del biglietto di ingresso agli ambienti sotterranei dello Stadio di Domiziano è di € 8,50 a persona.

Il contributo per la visita guidata è di € 10,00 a persona.


L'appuntamento con la guida sarà alle ore 13:45 davanti alla biglietteria in via di Tor Sanguigna 3.



Per partecipare vi invitiamo ad inviare una mail di conferma a

booking@passeggiate-romane.it

oppure inviandoci un sms o whatsapp al numero 3289244897, entro e non oltre venerdì 8 aprile.



Grazie.





Prezzo: 10,00€

Sulle orme di Saturnino

Silenzio.

Non sentivo nulla. Non si udivano i soliti rumori, che già alle prime luci dell’alba, facevano capolino nella mia grande piazza, che era anche la mia casa. Non riuscivo a scorgere da nessuna parte quegli esseri che stanno in piedi su due zampe. Mi sono sempre domandato come facciano a mantenere quella posizione strana, e poi così tanto scomoda, per tutto quel tempo.

L’acqua della grande fontana, sì, lei sì, era l’unica cosa che riempiva quello spazio così stranamente vuoto. Di solito, il suo sciabordio era ovattato dai rumori che quegli esseri emettevano.

Ma quella mattina era davvero anomala.
Sbirciai, sempre più incuriosito, sotto il portico. Alte colonne bianche erano le uniche che riflettevano sulla grande piazza la loro ombra.

Circospetto, avanzai verso il grande portone verde, a me così famigliare. Ma era chiuso. Nessuno, quella mattina, venne ad aprirlo.

Quella mattina, gli unici suoni che potevo sentire venivano dal cielo. Grandi gabbiani che sembravano disorientati quanto me.

L’immagine della dea Roma, assisa sul suo trono, sopra la fontana, sembrava dirmi: “Non vedi? Ci siamo solo tu e io”. E aveva ragione, sebbene, non l’avessi mai sentita parlare.

Mi misi a seguire i grandi segni bianchi che portavano tutti allo stesso punto, al centro della grande piazza. Erano lunghe strisce apparentemente disordinate che si intersecavano, formando alla fine un fiore perfetto. E dentro il fiore mi parve di scorgere una stella come quelle che fissavo spesso nel firmamento. Questa, però, racchiudeva un'enorme pietra color latte: con la luce di quel mattino, appariva talmente candida che quasi facevo fatica a tenere gli occhi aperti.

Sulla grande pietra bianca c’era lui, Marco Aurelio. Da che mi ricordo, è sempre stato lì, sul suo cavallo, immobile, come del resto lo era tutto quella mattina.

Stava lì, che fissava lo stesso punto, da sempre. Non ci pensai due volte e saltai su. Quel giorno lo potevo fare. Nessuno me lo avrebbe impedito, pensai. Da lì, potevo vedere meglio tutto quello che mi circondava. Anche l’aria aveva un sapore diverso. Più buono.

Con un salto raggiunsi di nuovo quell’intricato disegno di linee bianche e mi diressi verso il grande portale, come ogni giorno. E come ogni giorno evitavo di guardare in alto, perché al centro di quel bianco arco c’è un’immagine che mi ha sempre fatto rizzare il pelo, talmente era minacciosa. Proseguii, radente il muro giallo, e arrivai alla porticina dove ogni mattina degli esseri molto simpatici mi lasciavano, in due ciotole, qualcosa da mangiare e da bere. Ma con mio grande disappunto mi dovetti accorgere che quelle ciotole erano come la mia piazza. Vuote.

Aspettai un po’ davanti alla porta, sperando che prima o poi qualcuno la aprisse. Era tutto così troppo tranquillo, e tutto quel silenzio mi conciliò il sonno. Mi acciambellai sotto un grande albero, lì vicino, e mi addormentai.

Quando riaprii gli occhi il sole era quasi svanito e l’aria si era fatta così frizzante che arruffai il pelo. Decisi di raggiungere il mio nascondiglio; ero così contento di vedere che nessuno aveva chiuso quel passaggio che, di notte, mi permetteva di scivolare nel mio mondo popolato da esseri immobili, a cui avevo fatto l’abitudine. Arrivai nel giardino e, una volta lì, feci un balzo verso una finestra che qualcuno, come al solito aveva lasciato aperta.

Mi trovai, in quella che io chiamavo la grande piazza coperta. Sopra di me, infatti, c’era un tetto che mi permetteva di vedere il cielo, e tutto intorno, grandi immagini che avevo imparato a conoscere e che consideravo miei amici.

Anche in quella grande piazza coperta c’era lo stesso immobile gigante che sedeva su un grande cavallo. Anche lui aveva lo sguardo fisso su un punto indefinito. Però, a differenza di quello che si ergeva al centro della grande piazza decorata da una mano sapiente, questo mi sembrava più vecchio. Più vero.
Ma non è di lui che vi volevo parlare. La mia immagine preferita, e che mi faceva sentire a mio agio, si trovava più in là, non distante da quello strano personaggio che quel povero cavallo doveva supportare da chissà quanti anni.

Il suo candore in quel momento era ancora più avvolgente grazie alla luna che quella notte era particolarmente grande e luminosa. Lei stava lì, di un bianco latteo. Forse era per questo che la preferivo ad altre? E mi venne in mente che non avevo ancora mangiato nulla, perciò lei mi appariva ancor più desiderabile.

Osservai dal pavimento marmoreo, con il naso all’insù, la sua immortale bellezza, ed era come se la guardassi per la prima volta. Lei era lì, nuda, mentre si legava i capelli in un’acconciatura complicata poco prima di immergersi nell'acqua. La torsione del busto mi suggeriva infatti quel suo delicato movimento.

Era una dea.
Ma qual era il suo nome?
Le girai intorno, nel silenzio più sordo, e la ammirai, quasi aspettando che lei scendesse da quel piedistallo dove è stata bloccata e cominciasse a giocare con me.
Il suo sguardo era assorto però. Lei sembrava indifferente; indifferente a quella luna che le colpiva la sua nudità con i raggi argentei.

Poi, i miei occhi si posarono su un alto vaso che le si appoggiava sulla gamba destra, come per sorreggerla, e notai un cobra che lo cingeva con le sue spire. Sopra al vaso, su cui la dea aveva delicatamente appoggiato un morbido panno, c’era un piccolo canestro colmo di rose. Chissà, forse quelle rose erano destinate a profumare l’acqua, dove, da lì a poco, si sarebbe immersa. La mia dea la chiamavano Venere, la Venere Esquilina. Ma più osservavo quel cobra, più mi veniva in mente un altro nome per lei.

E se fosse l’ultima regina d’Egitto? Cleopatra? Per questo motivo, forse, che mi era tanto cara e rassicurante? Regina di una terra dove noi gatti eravamo rispettati e venerati, dove eravamo delle divinità.

E pensai: “Ora da pari a pari, tu e io, ci guardiamo”.
Nel gioco di luci diafane che le altre statue, tutte intorno alla mia regina, riflettevano, mi accorsi che un altro dio mi chiamava a sé. È risaputo che noi gatti amiamo passare gran parte della giornata sognando, e così, mi andai a cercare un luogo dove potermi acciambellare. Le zampette rossicce, guidate dall' intuito felino, mi guidarono verso la tana.

Lungo una galleria stellata, quella era la mia vera casa, vedevo tante iscrizioni incise su marmi bianchi, sulle quali diverse volte mi ero soffermato. Ma c’era una cosa che più di tutte attirava la mia attenzione: una piccola urna chiusa con un coperchio che mi ricordava una piccola capanna. Sopra al coperchio c’è scritto qualcosa: "Dis Manibus Iulio Saturnino, centurioni legionis II Parthicae, heres dedit", e cioè “Sacro agli dei Mani. L’erede fece realizzare il cinerario per Iulius Saturninus, centurione della legione II Partica".
Dopo essermi strofinato contro l'urna, e averci appoggiato il muso, caddi in un sonno così profondo che i sogni che feci mi portarono verso terre tanto lontane, ma a me così vicine.
Lì rimasi e lì ancora gironzolo, con lo sguardo all’insù, armato solo della mia curiosità.


a.z.


Nota storica:



La II legione Partica fu creata dall’imperatore Settimio Severo, insieme alla I e alla III Partiche, nel 197 d.C., in occasione della guerra condotta contro i Parti, popolo stanziato sull’altipiano iranico.

Conquistata la capitale dei Parti, Ctesifonte, la II legione tornò in Italia e si stanziò, unica tra tutte le legioni, poco fuori Roma, ad Albano Laziale (Castra Albana), invece che a difesa di una provincia dell’impero.

Settimio Severo la considerò un presidio contro eventuali usurpatori. La legione restò ad Albano fino al 218 d.C., per spostarsi poi in Siria e in Germania e tornare in Italia dal 238 d.C. all’inizio del IV secolo.

Fino all’inizio del V secolo fu di stanza in Mesopotamia.

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